LABORATORIO METROPOLITANO PER LO SCIOPERO PRECARIO

Il 23 settembre 2011 su iniziativa del Coordinamento migranti Bologna e provincia e di (s)Connessioni precarie si è svolta l'assemblea costituiva del Laboratorio metropolitano per lo sciopero precario. Proposti e discussi nell'ultimo anno all'interno degli Stati generali della precarietà, i laboratori sorgeranno in ogni città nella quale si svolgerà un lavoro comune in vista dello sciopero precario. Pubblichiamo di seguito il report di questa prima assemblea che è allo stesso tempo anche il documento costituente del Laboratorio bolognese.

La precarietà è una condizione che deve poter parlare. La precarietà non è un argomento di cui parlare. Questa è la sfida raccolta dalla prima assemblea del Laboratorio metropolitano per lo sciopero precario che ha visto la partecipazione di una cinquantina di precarie e precari, migranti e italiani, sindacalisti e attivisti del movimento bolognese. Trasformare le parole dei precari in un discorso articolato, in una forza che travolge i silenzi e le chiacchiere: tutti insieme abbiamo riconosciuto la necessità di una laboratorio delle voci precarie.

Nel corso dell’assemblea hanno preso parola quei precari e quelle precarie di cui troppo spesso si parla, e su cui sempre si specula, ma che troppe poche volte fanno sentire la loro voce. Troppe poche volte hanno la possibilità di discutere tra loro, di mettersi in connessione e trasformare il loro isolamento in una comunicazione collettiva capace di esprimere forza. Questa forza va prodotta e moltiplicata: migranti e non migranti, lavoratrici e lavoratori più o meno precari, come soggetti della precarietà e non come oggetti di una precarizzazione che si svolge a loro spese, devono esserne protagonisti. La sfida del Laboratorio è di uscire da una visione esclusivamente individuale della precarietà e riconoscerla come condizione strutturale del lavoro contemporaneo, seppur caratterizzata da differenze e gerarchie di tipo contrattuale, sessuale e di cittadinanza. Queste differenze devono potersi esprimere nella voce precaria, devono poter parlare affinché l’isolamento si rovesci in forza. I migranti e le migranti sono perciò centrali in questo percorso, perché fanno esperienza come e più di altri delle gerarchie che dividono e fanno la precarietà e perché, nonostante tutto, hanno già trovato la forza di scioperare denunciando la loro condizione particolare come condizione che investe tutto il lavoro. Altrettanto centrali sono le donne, perché la divisione sessuale del lavoro le costringe a una precarietà del tutto specifica, e perché come «prestatrici di servizi» (nel lavoro domestico e di cura, negli ospedali, nelle scuole) mostrano che il welfare che ancora sopravvive è sempre più anche luogo di lavoro e di precarizzazione.

Partendo da questo processo di connessione di esperienze lavorative diverse, il Laboratorio vuole essere il luogo a partire dal quale immaginare e sperimentare le forme dello sciopero precario, perché noi questo sciopero abbiamo intenzione di farlo sul serio. Questo non può essere la replica delle forme tradizionali di sciopero: la sua stessa realizzazione sarà “precaria”, perché precari sono i soggetti che lo immaginano e lo mettono in pratica, a partire dalle contraddizioni che la condizione precaria innesca. Non c’è niente di scontato: «ma tu sai per chi lavori?» è una delle domande emerse nel corso della prima assemblea del Laboratorio. Conoscere la posta in gioco di questa domanda è allora centrale, perché lo sciopero precario deve saper individuare i precarizzatori se vuole colpire i loro profitti, se vuol far male.Non c’è niente di scontato perché troppo spesso la precarietà non riconosce se stessa. Non è raro che un magazziniere del reparto logistico o un operaio in catena di montaggio di una fabbrica sia in realtà assunto tramite un’agenzia interinale. Non è raro, soprattutto nell’ambito socio-educativo, culturale e sanitario, che gli operatori e le operatrici si trovino a lavorare all’interno di strutture pubbliche pur facendo parte di una cooperativa. Non è quindi un caso che un interrogativo apparentemente semplice come «Ma tu sai per chi lavori?» possa non ricevere risposta o forse, e qui sta il nodo della questione, ne trova più di una.

Lo sciopero precario non può essere una replica delle forme tradizionali di sciopero perché la precarietà ha già mostrato l’insufficienza delle forme tradizionali di organizzazione dei lavoratori. Nel corso della prima assemblea, la discussione tra un lavoratore precario e un delegato metalmeccanico ha fatto emergere con forza la crisi della rappresentanza sindacale. Il problema non risiede solo nell’organizzazione del sindacato in categorie, che non tiene conto della profonda mobilità del lavoro vivo contemporaneo, ma anche nel fatto che per i lavoratori precari la rappresentanza sindacale non è una strada percorribile. Tanto è vero che un lavoratore precario, che formalmente può essere eletto come delegato nelle RSU, in pratica corre il rischio che il suo contratto non sia rinnovato proprio in virtù della funzione politica che assumerebbe sul posto di lavoro. Una delle maggiori difficoltà della rappresentanza sindacale così come è strutturata, perciò, sta proprio nella incapacità di mettere in comunicazione lavoratori e lavoratrici che spesso si trovano in situazioni radicalmente diverse, anche quando lavorano fianco a fianco. La rappresentanza sindacale rischia persino di accentuare, anziché colmare, la distanza tra le diverse figure del lavoro. Più che una generica crisi della rappresentanza, la precarietà ne mostra l’impossibilità pratica. L’intento del Laboratorio consiste perciò nello sperimentare forme di comunicazione tra diversi soggetti che nella quotidianità delle pratiche non entrano in connessione, neppure quando lavorano alla stessa catena o nello stesso ufficio, e mostrare il legame globale tra le figure della precarietà. Un laboratorio formato da precari e precarie, migranti e nativi, attivisti sindacali e di movimento non può essere né un parlamentino né tanto meno una mera raccolta di testimonianze. Esso è il tentativo di creare un discorso della precarietà che risulti politicamente incisivo, in grado cioè di costruire conflitto. La forza del Laboratorio non sta nella somma di gruppi e collettivi che vi partecipano, ma consiste nel riconoscere l’esistenza di un terreno comune di precarizzazione, sul posto di lavoro e fuori, che con la crisi si fa sentire sempre di più, facendo emergere in maniera netta gli interessi contrapposti di chi lavora e di chi sfrutta e precarizza. Da qui abbiamo cominciato e da qui vogliamo andare avanti, continuando a prendere parola e ascoltarci, costruendo iniziative, facendo inchiesta per rompere l'isolamento dei lavoratori e delle lavoratrici, e creando reti di comunicazione e di lotta su un piano collettivo e globale, dentro e contro la precarietà.

L’assemblea del 25 settembre è stata un passo in questa direzione, ma solo un primo passo. Porteremo avanti questo percorso per coinvolgere un numero sempre maggiore di lavoratori e lavoratrici, precari, precarie, migranti e per dare corpo alla scommessa dello sciopero precario. Nel Laboratorio metropolitano per lo sciopero precario la precarietà può parlare… spargete la voce…

BOLOGNA 25 SETTEMBRE: COSTITUENTE DELLO SCIOPERO PRECARIO

Siamo i precari e le precarie che si ritrovano da mesi negli Stati generali della precarietà, e che da gennaio stanno preparando uno sciopero precario, uno sciopero dentro e contro la precarietà che dimostri che se ci fermiamo noi si blocca il paese. Abbiamo intrapreso questo cammino con le mobilitazioni per il diritto all’insolvenza, la partecipazione allo sciopero dei migranti e alle battaglie contro il razzismo istituzionale, la Mayday di Milano, l’agitazione dei precari dell’editoria al Salone del libro di Torino, l’attività dei Punti San Precario, le giornate di piazza contro Brunetta, l’occupazione del teatro Valle a Roma, le mobilitazioni in Val di Susa e quelle studentesche dello scorso autunno, l’assemblea del 10 ottobre a Roma in difesa dei beni comuni. Il 23 luglio, a Genova, ci siamo incontrati per rilanciare questo percorso e per affermare, verso lo sciopero, il punto di vista precario.

Il nostro prossimo appuntamento è alle porte: ci rivedremo il 25 settembre a Bologna per la Costituente dello sciopero precario, una grande assemblea aperta a tutti i precari e le precarie, nativi e migranti, così come a movimenti, sindacati, attivisti che vogliono partecipare a questo processo. Si tratta di una prospettiva che già travalica i confini nazionali: a Bologna discuteremo insieme della nostra partecipazione alla giornata di mobilitazione globale del 15 ottobre, lanciata dagli indignados spagnoli. Noi ci saremo perché crediamo che oggi più che mai la lotta alla precarietà e alle politiche di austerity debba avere una dimensione transnazionale. Non ci interessa segnalare la necessità di un’alternativa politica e di un ricambio di governo, né candidarci a occupare quel posto. Ci interessa che anche in quell’occasione i precari e le precarie possano essere protagonisti, e che la costruzione di quella data sia l’occasione per accumulare la nostra forza e per colpire l’onnipotenza dei profitti.

Nei mesi passati abbiamo avuto modo di discutere dei contenuti delle nostre lotte: un reddito di esistenza incondizionato e un nuovo welfare; il diritto di insolvenza per chi non può essere in grado di pagare la crisi; la rottura del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, che sulla pelle dei migranti fa vedere la faccia transnazionale della precarietà. La posta in gioco oggi è quella di fare un passo avanti: a Bologna vogliamo discutere di come costruire legami tra uomini e donne che sono allo stesso tempo uniti dalla comune condizione di precarietà e separati dalle divisioni che fanno la forza delle imprese. La posta in gioco è quella di ripensare e riprendere in mano la pratica dello sciopero nell’era della precarietà. Non è una sfida da poco: quelli che intendono raccoglierla si vedranno a Bologna il prossimo 25 settembre.

SABATO 24 SETTEMBRE ORE 16.00: INCONTRO DEI PUNTI SAN PRECARIO

DOMENICA 25 SETTEMBRE ORE 10.30/17.00, COSTITUENTE DELLO SCIOPERO PRECARIO

 

presso Vag61 Spazio Libero Autogestito, in via Paolo Fabbri 110
mappa: http://g.co/maps/un57t

dalla Stazione Centrale bus linea 37 fermata ROSSI
dal centro bus linee 20-28 fermata S.EGIDIO


Stati generali della precarietà
www.scioperoprecario.org

VERSO LO SCIOPERO PRECARIO

ScioperoprecarioIl prossimo 25 settembre si terrà a Bologna la Costituente dello sciopero precario, una grande assemblea aperta a tutti i precari e le precarie, nativi e migranti, e a quei movimenti, sindacati, attivisti che vogliono partecipare al processo di costruzione del primo sciopero dentro e contro la precarietà. 
 
Ripensare e riprendere in mano la pratica dello sciopero nell’era della precarietà è la nostra scommessa e per questo, verso la Costituente, vogliamo cominciare a discutere delle modalità concrete per costruire legami tra uomini e donne che sono allo stesso tempo uniti dalla comune condizione di precarietà e separati dalle divisioni che fanno la forza delle imprese. È nella prospettiva di dare vita a un Laboratorio metropolitano per lo sciopero precario che invitiamo tutti coloro che vogliano raccogliere questa scommessa a una

 
 

ASSEMBLEA CITTADINA
VENERDI’ 23 SETTEMBRE ORE 21.00
Centro sociale Montanari – Via Saliceto 3/2 BOLOGNA
 

Connessioni Precarie
Coordinamento Migranti Bologna e Provincia

Il punto di vista precario e la Global Revolution

Da Genova, il 23 luglio, avevamo scritto che avremmo partecipato all’hub meeting proposto da Democracia Real Ya dal 16 al 18 prossimi a Barcellona contribuendo così alla “preparazione della giornata di mobilitazione globale del 15 ottobre, quando scenderemo in piazza contro le politiche di austerity, a partire dalla legge di bilancio appena approvata e contro la gestione autoritaria e bipartisan della crisi che i poteri finanziari e i governi trasversali del neoliberismo ci vorrebbero imporre nel silenzio”. E scrivevamo, anche, che in autunno avremmo lanciato “una campagna popolare di respiro europeo per il diritto al reddito incondizionato e di base, che ridia voce alle rivendicazioni delle generazioni precarie”. Soprattutto, annunciavamo che ci saremmo rivisti “il 24 e il 25 settembre a Bologna per la Costituente dello sciopero precario, una grande assemblea aperta a tutti i lavoratori e le lavoratrici, nativi e mi granti, così come a movimenti, sindacati, attivisti”, per “discutere insieme di come riprendere in mano e rinnovare la pratica dello sciopero nell’era della precarietà”, su obiettivi chiari: “un reddito di esistenza incondizionato; un nuovo welfare basato sui diritti e sull’accesso a servizi e beni comuni materiali e immateriali; il diritto all’insolvenza; la rottura del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro”.

E’ quello che faremo.
Stiamo per incontrarci a Barcellona con un numero crescente di reti di movimento: ad oggi Democracia Real Ya, ovviamente, l’Acampada delle e degli [email protected] di Puerta del Sol di Madrid e quella di Plaça Catalunya di Barcellona, la piattaforma ormai planetaria Take the Square che interfaccia tutte le promozioni locali della #globalrevolution del 15 ottobre, Attac globale, l’International Student Movement che comprende lo straordinario movimento cileno, il Knowledge Liberation F ront che in Italia sarà in assemblea il 13 prossimo a Bologna, la rete globale di azione per la libertà di movimento e migrante NoBorder, quella continentale dell’EuroMayDay, il Pan African Student Movement, la rete britannica di azione contro le politiche di austerità UkUncut, il Movimento 23 Febbraio del Marocco, Universidad Nomada, UniNomade italiana e il collettivo trasnazionale Edu-Factory, e altre ancora. Per noi questa ricchezza di presenze e di voci significative rispecchia una coerenza di contenuti e un’innovazione di metodo e linguaggio.

Le stesse che rendono possibile l’indizione globale del 15 ottobre contro la governance della crisi – e la giornata di avvicinamento, contro banche e banchieri, il 17 prossimo con epicentro a Wall Street.

Una coerente chiarezza e una capacità innovativa nelle quali riconosciamo il punto di vista precario, che è prevalente nella composizione sociale produttiva e che ha bisogno di affermarsi in maniera autonoma e indipendente, per riuscire ad attaccare concretamente i flussi di quella produzione capitalistica finanziarizzata che pretende l’invisibilità delle precarie e dei precari, indigen* e migranti, sul cui lavoro e sulle cui forme di vita oggi si fonda.

Qual’è la coerente chiarezza?
Quella di andare fino in fondo alla verità riassunta nello slogan “non ci rappresenta nessuno”, pur risuonato anche in Italia nelle fiumane della rabbia studentesca, giovanile e precaria degli ultimi anni. E dunque concepire la presa di parola condivisa delle resistenze ai governi della crisi come spazio costituente, necessariamente e immediatamente produttivo di nuove istituzioni comuni contrapposte alla violenza distruttiva della divisione e del saccheggio delle nostre vite. Appunto la democrazia reale, contro la corruzione d’una democrazia rappresentativa svuotata di senso dalla trasversale sottomissione dei poteri e dei ceti politici al bio-potere finanziario.

Qual è la capacità innovativa?
Quella di andare fino in fondo alla pratica costituente offrendo a tutte e tutti, in una composizione sociale produttiva sempre più reticolare e singolarizzata e fondamentalmente ordinata intorno alla messa a valore delle nostre stesse vite, la possibilità di riconoscersi e attivarsi in una metodologia di condivisione, orizzontalità, reciproco riconoscimento delle differenze, decisionalità assembleare e non delegata, superamento di ogni separazione temporale tra sociale e politico e tra mezzi e fini. Un po’ come avviene nella Val di Susa e nel suo territoriale sedimentarsi di pratiche conflittuali e di resistenza popolare, da dove ancora una volta dobbiamo saper ripartire per costruire la giornata del 15 ottobre rendendo chiaro che nella difesa dei beni comuni l’incipit del referendum va riaffermato e difeso con le unghie e coi denti in ogni territorio.
Al tempo stesso, andare fino in fondo alla presa di coscienza che le resistenze collettive e singolari agli attacchi di un potere tanto più aggressivo quanto più in crisi non possono opporre alternativa se non portandosi al livello sul quale esso si struttura : dunque, messa in rete delle resistenze su dimensioni quanto meno continentali e intorno alla
pretesa comune di ribaltare l’ordine della decisione politica e con esso l’uso delle risorse finanziarie e della moneta.

Adesso noi vediamo che la rivendicazione del diritto all’insolvenza viene in Italia praticata anche da altri e anche durante una giornata di sciopero generale, come quella del 6 settembre che continua a non rispondere alla domanda fondamentale: come sciopera chi non può scioperare, come si sciopera la precarietà?
Vediamo che la bandiera del reddito d’esistenza incondizionato si diffonde, anche quando al contempo si sostiene l’indizione Cgil dello sciopero generale nella cui piattaforma la sola risposta alle precarie e ai precari è il rafforzamento dell’apprendistato.

E vediamo che sul 15 ottobre globale crescono gli appelli alla costruzione di una giornata di opposizione all’austerity e di mobilitazione per il cambiamento anche in Italia, pur se inseriti dentro una battaglia su elezioni primarie o nella traduzione del rifiuto di pagare il debito in uscita dalla dimensione europea, che non condividiamo. In verità, di questa differente proliferazione di contenuti e della nostra stessa agenda non possiamo che compiacerci, noi che abbiamo sempre avversato la riduzione ad uno e i recinti di movimento buoni solo per il ceto politico, inabitabili per la moltitudine precaria.

Ma avvertiamo il bisogno di fare chiarezza, perché il confronto e la condivisione giungano effettivamente a buon fine.
Una rosa è una rosa è una rosa. La crisi a cui stiamo assistendo non è solo economica, non riguarda esclusivamente la finanza. Si tratta parallelamente della crisi di una funzione storica della modernità: la sovranità statuale . Al contempo, i processi di insorgenza che negli ultimi mesi si sono manifestati in tutta Europa sono stati in grado di mettere in moto forme di cooperazione fra molt* e divers*, la cui potenza e ricchezza politica non possono essere ricondotte alle tradizionali forme di partecipazione: quelle della rappresentanza liberal-democratica. Da un lato quindi la crisi della sovranità, dall’altro la potenza e l’autonomia della cooperazione sociale. Chi pensa che la mobilitazione del 15 ottobre debba servire ad allargare le possibilità di un’alternativa di governo, o d’uno “spazio di rappresentanza”, non ha evidentemente afferrato la portata della crisi.
Ad ogni modo noi intendiamo continuare a lavorare alacremente perché il punto di vista precario si riconosca nella mobilitazione contro l’austerity e se ne renda protagonista nelle forme più estese possibili. E lavoreremo anche affinché il processo dello sciopero precario si estenda e venga condiviso da quanti in questi mesi, non soltanto in Europa, hanno lottato e preso parola contro un sistema che sta usando la crisi per accelerare i processi di precarizzazione. Mai come ora è chiaro che la precarietà è la condizione generale di tutto il lavoro e una condizione sociale oltre il lavoro. Mai come ora è chiaro che si tratta di reinventare forme di lotta dentro al lavoro e oltre il lavoro, realmente capaci di attaccare i profitti, e che saranno tanto più efficaci quanto più si allargheranno oltre i confini nazionali, e saranno all’altezza della mobilità del lavoro e del capitale, della loro dimensione transnazionale.
Perciò ci proponiamo di contribuire con i Laboratori metropolitani e cittadini dello sciopero precario alla costituzione di spazi e momenti effettivamente aperti di confronto sulla costruzione del 15 ottobre, che intendiamo come fondamentale all’interno del processo di costruzione dello sciopero. Per questo porteremo a Barcellona, nel corso dell’hub meeting, la proposta e il progetto dello sciopero precario contro le politiche di austerità e per un reddito di esistenza incondizionato, per un nuovo welfare metropolitano e del comune, per il diritto sociale all’insolvenza, per la libertà di movimento e per il diritto di residenza sganciato dal contratto di lavoro. E contiamo di ritrovarci in piazza il 15 ottobre, arricchite e arricchiti da questo percorso, fra tante e diversi a praticare davvero il desiderio di alternativa, di cambiamento, di liberazione.

Stati generali della precarietà

Notizie dalla fabbrica verde 2: Boreano

Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto
 
Boreano, un pugno di case e una chiesa, è una delle prossime tappe di alcuni dei braccianti africani provenienti dalla Masseria Boncuri di Nardò. Questa distesa di campi nel comune di Venosa (Potenza), dove le colline dal monte Vulture declinano verso le pianure pugliesi, non lontano dall’insediamento Fiat nella Piana di San Nicola di Melfi, racconta le contraddizioni di decenni di storia del Sud Italia. I campi sono dominati dalla Masseria Rapolla, ormai quasi abbandonata. Gli anziani ricordano la “signorina”, proprietaria di migliaia di ettari che negli anni quaranta affrontava, fucile in pugno, le centinaia di braccianti che occupavano i “suoi” terreni. Anche grazie a quelle lotte, la Riforma agraria nel 1951 espropriò alla signorina Rapolla buona parte delle sue proprietà, distribuite poi con metodi clientelari: chi aveva la tessera della Dc ottenne qualche ettaro di terra, mentre a buona parte dei comunisti rimase solo la magra scelta di emigrare. Nell’intenzione dei democristiani, gli ex-braccianti, ora piccoli contadini, dovevano trasferirsi a Boreano, anche per spezzare le solidarietà di paese, spesso ostile al partito di governo. Ma sia il villaggio sia i casolari sparsi nei poderi circostanti rimasero vuoti.
Negli anni settanta alcuni agricoltori di Venosa e dei vicini comuni di Lavello, Palazzo San Gervasio, Melfi cominciarono a coltivare pomodori, sulla spinta di commercianti e industriali conservieri campani. Nella vicina Gaudiano, un altro villaggio della Riforma che ebbe maggiore fortuna rispetto a Boreano, a fine anni settanta fu costruito un importante conservificio per trasformare i pomodori lucani. Dai primi anni novanta braccianti, studenti, casalinghe e pensionati locali furono progressivamente sostituiti dagli immigrati nella raccolta. Il villaggio abbandonato di Boreano fu tra i primi siti che questi braccianti – e i loro caporali – scelsero come riparo e base operativa nei mesi della raccolta, tra agosto e ottobre. Per anni non c’è stata alcuna iniziativa istituzionale a favore dei lavoratori stagionali; poi, dal 1999, a Palazzo San Gervasio un Campo di accoglienza gestito dal Comune e da associazioni locali accolse ogni anno, in condizioni per la verità piuttosto critiche, diverse centinaia di migranti. Ma alcune squadre di braccianti, soprattutto provenienti dal Burkina Faso, hanno continuato a preferire il villaggio di Boreano, diventato una copia minore del grand ghetto di Rignano Garganico nei pressi di Foggia. Fino al 2009, quando il proprietario di un vicino agriturismo li cacciò a fucilate – impunito – e si arrogò il diritto di murare le costruzioni del villaggio. Senza scomporsi troppo, i braccianti burkinabé si spostarono di qualche centinaio di metri, in altri casolari abbandonati, in situazioni sempre più disagiate: senza luce, acqua, riscaldamento e un chilometro di strada sterrata da percorrere.
Nel frattempo, alcuni burkinabé si sono stabiliti nei paesi della zona e hanno costruito contatti con gli agricoltori locali inventandosi caporali: organizzano le squadre che raccolgono i pomodori e forniscono ai braccianti un tetto e alcuni servizi a pagamento (acqua, cucina dei pasti, trasporto al lavoro o in altri luoghi, ricarica dei cellulari, prestiti di denaro). Come nel foggiano, la presenza di manodopera a basso costo e disponibile a orari di lavoro flessibili e indefiniti ha permesso a molti agricoltori di evitare gli investimenti in macchine raccoglitrici: i braccianti sono pagati a cottimo, tra i 3 e i 4 euro a cassone di 300 chili, e una parte del salario viene trattenuta dal caporale, che talvolta è un amico o un parente.
Nel 2010 il sindaco di Palazzo decise di non aprire più il Campo di accoglienza, mentre l’attività istituzionale si concretizzò nel monitoraggio della situazione da parte di un’associazione, che girò per i casolari con il “Cam_per i diritti”. Nella scorsa primavera (2011) nel luogo dove sorgeva il Campo di accoglienza è stato costruito un Centro di detenzione (Cie), a seguito degli sbarchi dalla Tunisia.
In questi giorni inizia la raccolta del pomodoro e nei casolari di Boreano sono già arrivati circa 150 braccianti, per lo più burkinabé e ghanesi. Alcuni di loro sono rimasti qui tutto l’inverno: non sapevano dove andare e hanno trovato impiego e ospitalità in alcune aziende locali. Altri sono qui da maggio per piantare i pomodori prima e per zappare le erbe infestanti poi; nel frattempo qualcuno ha lavorato qualche giornata nei campi di cipolle, lenticchie e peperoni. I primi, operai licenziati o cassintegrati e ragazzi di seconda generazione figli di operai, sono arrivati dalle città del Nord, dove torneranno a inizio settembre per cercare opportunità migliori. Omar ha 22 anni, viene qui quasi ogni anno con suo zio da Vicenza. Con accento veneto racconta che nei giorni scorsi ha zappato i terreni di pomodoro, per 3,50 euro all’ora, anche 10-12 ore al giorno. Arrotonda i guadagni andando in paese a comprare ricariche per i cellulari, che rivende ai connazionali a prezzi leggermente maggiorati. Bans ha 23 anni e viene da Treviso: racconta che ieri un caporale ghanese che vive nel casolare a fianco lo ha portato con altri 26 braccianti verso Napoli, per lavorare in un campo di cipolle. Quattro euro all’ora per otto ore di lavoro, e i soliti cinque euro per il trasporto al caporale. Quattro ore di viaggio in condizioni infernali e otto ore di lavoro duro per 27 euro. “Anche se ho bisogno di soldi domani non ci torno”, conclude. Blaise, 19 anni, da Modena, aggiunge: “io non ci sono proprio andato, stamattina. Quando ho visto la situazione sul furgone sono scappato. Pazienza se non mi prenderà più a lavorare. Qualche giorno fa ci ha fermato la polizia, quando hanno aperto il furgone e hanno visto tutta quella gente hanno fatto finta di niente e gli hanno detto di andare”.
Con qualche giorno di ritardo sta arrivando invece la gran massa di quanti risiedono in Campania (tra cui molti richiedenti asilo e qualche irregolare), alcuni di loro con qualche giornata già passata nel foggiano. Ousmane, un caporale burkinabè che risiede a Casal di Principe ha aperto una settimana fa il “suo” solito casolare e aspettando l’inizio della raccolta revisiona il suo furgone rosso; i membri della sua squadra arrivano alla spicciolata, avvertiti con un tam tam che arriva fino a Bergamo e Brescia. Abou, 24 anni, arriva da un paese del napoletano sperando che il suo caponero dell’anno scorso recuperi e distribuisca i 5.000 euro non ancora pagati dall’agricoltore per cui la sua squadra raccolse più di cento ettari di pomodori. “Quest’anno cambio caporale”, dice.
Quando parliamo dello sciopero in corso a Nardò e leggiamo gli articoli sui giornali, con le foto di braccianti africani che parlano al megafono, si sente un misto di approvazione e scetticismo. Qui uno sciopero è più complicato, perché i braccianti sono isolati nelle campagne e il crumiraggio è più agevole potendo contare sui tanti “ghetti” del foggiano o sui lavoratori bulgari e rumeni che vivono nei paesi e che sarebbe più difficile coinvolgere in una mobilitazione.
Nelle prossime settimane i casolari di Boreano e di tutta la zona saranno pieni da scoppiare; Caritas diocesana e Osservatorio Migranti Basilicata, come avviene ormai da anni, cercano di alleviare le difficoltà dei braccianti portando acqua e altri beni necessari, mentre la Regione ha stanziato 70mila euro con il consueto ritardo, che impedisce di progettare interventi “strutturali”, condannando per l’ennesima volta alla logica dell’emergenza. Anche qui, come altrove nelle campagne meridionali, i migranti raramente riusciranno a parlare con qualche dirigente sindacale. Il sistema di lavoro e i livelli salariali non sembrano quindi destinati a mutare a meno che il vento di Nardò non arrivi fin qui.

Notizie dalla fabbrica verde: la Capitanata

Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto
 
Da Lampedusa al grand ghetto di Rignano Garganico, passando per Borgo Mezzanone. La storia di Diawara mostra in maniera sorprendentemente lineare come il mercato del lavoro si intrecci con la legislazione sull’immigrazione mettendo a dura prova molti dei discorsi sulla cittadinanza. Partito dal Senegal nel 2008, Diawara, 25 anni, approda a Lampedusa dopo un viaggio durissimo. I suoi compagni di sbarco sono per lo più del Gambia e, sperando in maggiori possibilità nella domanda dello status di rifugiato, Diawara dichiara di provenire dallo stesso paese. Come altri, anche lui cerca di infilarsi nelle ambiguità delle artificiose definizioni della legislazione italiana: profughi, migranti, rifugiati. Il “cambio” di cittadinanza non sempre provoca dolorosi dubbi sulla propria identità e, come Diawara sa bene, può garantire una stabilizzazione in Italia a fronte dell’espulsione certa riservata ai senegalesi.
Trasferito al Cara (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Borgo Mezzanone, Diawara esce dopo otto mesi, in attesa che la Commissione si esprima sulla sua domanda. Forse non casualmente il Cara, situato nel Comune di Manfredonia, a pochi chilometri da Foggia, è nel bel mezzo della Capitanata, dei campi di pomodori, finocchi, carciofi e melanzane. Diawara finisce in quello che gli africani del Sud Italia conoscono come il grand ghetto, o “ghetto di Rignano”, anch’esso a una decina di chilometri da Foggia.
Il grand ghetto è probabilmente il più grande insediamento di braccianti stagionali africani nel Sud Italia. Una manciata di casolari nella pianura che porta al Gargano, nei quali d’inverno vivono una ventina di persone ma ai quali d’estate, secondo alcuni testimoni fin dal 1992, si affiancano decine di baracche costruite con quanto i braccianti riescono a recuperare nelle vicinanze: tubi di ferro, rami di alberi, teli di plastica delle serre. Centinaia di migranti provenienti da tutta l’Africa occidentale: burkinabè, ghanesi, maliani, nigeriani, senegalesi. E, nonostante l’assenza di energia elettrica e di acqua corrente, ci sono tutti i servizi necessari a una cittadina: negozi di alimentari e di abbigliamento, macellerie, bar e ristoranti, discoteche (una è gestita da una rumena), meccanici, parrucchieri, prostitute. Diawara vive al ghetto qualche mese finché, senza un soldo, cede alle lusinghe di un “caponero” senegalese che gli offre un lavoro presso un agricoltore locale. Tre euro all’ora, ai quali vanno sottratti cinque euro per il trasporto.
Nel pieno della raccolta del pomodoro i casolari della Capitanata sono pieni di migranti di tutte le provenienze. Non lontano dal grand ghetto c’è un insediamento di rom rumeni. Altri insediamenti di maggiori dimensioni di migranti africani sono più o meno celati nei campi: a Borgo Mezzanone sono in 500 ad abitare nei container dismessi dal Cara; a Stornarella, in un edificio chiamato “Ghanahouse”, vivono in un altro centinaio; a Borgo Tre Titoli in un altro grande “ghetto”, seguito da Emergency, sono svariate decine. Emergency, assieme ai Padri Scalabriniani, che hanno attivato un Campo di lavoro di volontari, è presente anche al ghetto di Rignano. Dal primo agosto il Comune di Foggia ha ripristinato il servizio di bagni chimici e la fornitura di acqua in grosse cisterne, necessari per migliorare la vita di questi braccianti.
“Foggia è il nostro inferno, più di Napoli e Rosarno”, dice Amoudi, un congolese che ha lavorato per anni nelle grandi raccolte del Sud Italia e che, dopo la rivolta di Rosarno del gennaio 2010, ha partecipato alla costruzione dell’“Assemblea dei lavoratori africani di Rosarno a Roma”. A Foggia il cottimo e il caporalato sono la regola. Chi è più forte fisicamente guadagna di più. Per un Amoudi che afferma orgoglioso e forse con qualche esagerazione: “io posso raccogliere fino a 60 cassoni di pomodori al giorno”, c’è un Diawara che dice “io ne faccio al massimo una decina. La prima volta che sono andato sul campo, in un giorno ho raccolto 4 cassoni. Ho guadagnato 7 euro”.
“I capineri non sono violenti – racconta Amoudi – anzi, semmai siamo noi che ci incazziamo con loro, perché sappiamo che ci rubano dei soldi. Il problema è che se uno alza la voce poi non lo prendono più a lavorare”. E Diawara: “alcuni di loro al ghetto neanche ci vengono. Stanno a Foggia e poi pagano gli autisti. Dei cinque euro che io pago al caponero per il trasporto, uno o due euro li prende chi guida la macchina o il furgone”. Diawara si è affrancato dal caporalato: “il padrone ha visto che lavoravo bene e mi ha detto che mi teneva senza il caponero. Mi ha dato una casa e ora mi paga 3,50 all’ora. Io guadagno un po’ di più, ma lui ha risparmiato molto, io non so quanto pagava al caponero per me”. Certo, la casa che ora Diawara condivide con altri quattro braccianti africani è un semplice capanno in tufo per gli attrezzi, però ci sono acqua e luce ed è vicino ai campi di pomodori, carciofi e finocchi in cui Diawara lavora. “A volte lavoro anche nella raccolta meccanizzata del pomodoro. Anche lì faccio lavori pesanti, sposto i cassoni vuoti sui rimorchi”. Il contratto c’è, anche se il padrone segna solo poche giornate, quelle sufficienti perché Diawara riceva il sussidio di disoccupazione. Sempre che la domanda di rifugiato politico, dopo due precedenti dinieghi, vada ora a buon fine.  
Difficile pensare che al grand ghetto o in un altro dei luoghi abitati dai braccianti stranieri in Capitanata possa nascere uno sciopero come quello di Nardò. È arduo persino arrivarci al grand ghetto, orientandosi in queste strade dissestate. Nella pianura più grande del Sud Italia è invece facilissimo trovare braccianti disposti a lavorare, di tutte le nazionalità. Alcuni caporali rumeni portano qui le loro squadre direttamente dalla Romania, braccianti che talvolta si offrono per bassissimi salari, non conoscono una parola di italiano e finita la raccolta ritornano a casa. La loro presenza è un elemento di forza per il padronato locale e i lavoratori africani lo sanno bene, poiché lo sperimentano anche nella piana di Gioia Tauro. Tuttavia le voci si diffondono e le esperienze di lotta e mobilitazione dei braccianti africani, da Rosarno a Nardò, da Roma a Castelvolturno, si fanno più frequenti. E magari anche i rumeni quest’anno si sono stancati di caporali e di paghe da fame.

Quando migrano le lotte 5: Lo sciopero a Nardò (Lecce) è finito

Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto
 
 
Dopo tredici giorni difficilissimi lo sciopero è sostanzialmente finito alla Masseria Boncuri di Nardò (Lecce). Yvan, il leader camerunense della protesta, se ne è andato dopo una notte, quella di giovedì 12 agosto, ad alta tensione tra gli stessi scioperanti. Di fronte a questo sciopero si possono avere reazioni controverse. Qualche malinconico ed esperto maestro di scioperi passati ci potrebbe solamente vedere il gruppo di migranti che, politicamente inesperto, ha imposto una lotta coraggiosa, ma si è fatto consumare dal logorio continuo delle pressioni padronali e istituzionali, dalle attenzioni sindacali e massmediatiche (sono passati giornalisti della carta stampata e delle televisioni locali e nazionali), nonché dalle dicerie dispensate ad arte da altri migranti e dai caporali sui privilegi, in realtà inesistenti, di alcuni protagonisti. E i volontari dell’Associazione Finis Terrae e delle Brigate di solidarietà attiva hanno potuto fare ben poco per arginare le molte pressioni subite dai braccianti.
Il decreto d’urgenza emanato ieri dal governo, peraltro all’interno di una vera manovra di classe, introduce all’articolo 12 il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”: sembrerebbe un riconoscimento importante della lotta sostenuta dai lavoratori africani qui a Nardò. Per il momento, però, i caporali continuano indisturbati a muoversi dentro e fuori il campo, nonostante la decina di denunce che gli stessi migranti hanno risolutamente presentato in questi giorni alle forze dell’ordine. Un enorme investimento soggettivo e i rischi personali sembrano aver conseguito pochi miglioramenti immediati e una norma le cui ripercussioni si vedranno solo nel prossimo futuro. Vale però la pena guardare con più attenzione dentro alla fine di questo sciopero per vedere che cos’altro si è mosso.
Le prime falle tra gli scioperanti si erano create venerdì mattina, il 5 agosto, dopo che per sei giorni il blocco era stato pressoché totale. Da un lato si registravano i primi risultati concreti: aumento del cottimo e alcuni contratti regolari. Dall’altro era iniziata su più fronti l’azione di padroni e caporali: ingaggio di crumiri provenienti anche dalla provincia di Foggia; suggerimenti da parte dei caporali per alimentare conflitti tra scioperanti di diverse nazionalità; minacce dirette e indirette ai protagonisti più in vista. A questo nel corso dell’ultima settimana si sono aggiunti i tavoli concertativi in Prefettura a Lecce e in Regione a Bari, che hanno spossato lo slancio dei migranti in una lotta nella quale si sono infilati progressivamente molti soggetti. Le pratiche istituzionali come strumento per stanare le aziende non stanno dando i risultati agognati. Addirittura, la Cia Puglia, una delle organizzazioni padronali del settore, con un comunicato stampa ha rivendicato la propria assenza dal tavolo regionale poiché essa “non rappresenta e né intende rappresentare presunti agricoltori, per lo più mediatori e commercianti che utilizzano in modo selvaggio i caporali e praticano lo schiavismo”.
Sul fronte sindacale, la Flai-Cgil è stato l’unico sindacato che ha sostenuto la protesta; da un lato essa ha puntato sui tavoli istituzionali e su un ristretto gruppo di migranti, facendo ventilare sembra a uno di questi l’assunzione presso la Cgil di Lecce in qualità di “referente per gli immigrati”; dall’altro lato ha evitato la contrattazione collettiva diretta e fornito scarso sostegno pratico agli scioperanti nei campi e nei blocchi stradali, nonostante conti oltre 5.000 iscritti in provincia.
Gli accordi sottoscritti in Regione riguardano l’istituzione di liste di prenotazione per i lavoratori immigrati stagionali a livello sperimentale presso il Centro per l’impiego di Nardò, dalle quali il padronato dovrebbe scegliere la sua forza lavoro. Il trasporto dalla masseria fino ai campi, garantito gratuitamente dal Comune di Nardò, avverrà solo per quanti saranno scelti dalle aziende dalle liste di prenotazione. Nel frattempo la Regione sta cercando di individuare le imprese produttrici di pomodori attraverso l’Agea, l’ente che gestisce i contributi europei: Regione e sindacato sperano di coinvolgere almeno tre o quattro aziende “virtuose”, per poi provare a riproporre questo “schema” in altri contesti, primo tra tutti la Capitanata. Molti immigrati, anche tra quanti già lavorano, si sono iscritti alle liste, ma le aziende non sono obbligate ad assumere attraverso il Centro per l’impiego, sicché – sebbene una decina di migranti siano stati direttamente e regolarmente assunti da un’azienda nei giorni scorsi, con un salario orario e la garanzia di un alloggio – poco è cambiato, e la raccolta è oramai ormai agli sgoccioli.
Nella Masseria già nel pomeriggio di giovedì si respirava un’aria di delusione. Lo stesso Yvan affermava: “C’è un sentimento di amarezza perché avevamo dato tutto in questa battaglia per avere dei risultati subito, ma non è successo nulla. Però sappiamo che le vittorie sono difficili da ottenere e che occorre sempre continuare a lottare perché se non si lotta non si ottiene niente. D’altra parte c’è un sentimento di vittoria perché qualcosa si è mosso sul piano politico, istituzionale, poi la stampa ne ha parlato”. Lo sciopero ha comunque permesso a molti immigrati di sentirsi meno soli e di intraprendere percorsi di presa di parola diretta: “ho denunciato il mio padrone perché mi aveva assunto regolarmente, ma mi continuava a pagare a cassone e non a ore, come dovrebbe”, afferma Karim, giovane tunisino.
Nonostante molti migranti siano stati costretti da necessità impellenti a ritornare al lavoro, la lotta sembra averli resi maggiormente consapevoli della loro forza. Molti di loro non avevano mai scioperato prima: “è una classe di lavoratori che pensa subito al presente, a quello che guadagna alla giornata”, sosteneva Yvan. Migranti abituati alla fatica e allo scarso guadagno, a sistemazioni disagiate; essi hanno provato a rovesciare la loro condizione, stabilendo nel tempo della lotta livelli di comunicazione impensabili fino a qualche settimana fa e mostrato di non essere solo braccia buone per la raccolta. Tutto questo non si vede né se si guardano le anguste risposte istituzionali, e neppure se si cerca una struttura consolidata secondo le tradizioni del movimento operaio.
La situazione al campo rimane tesa e la chiusura è stata anticipata di una decina di giorni. Il sindaco di Nardò in visita sabato 13 agosto ha promesso una certa attenzione ai bisogni dei migranti, in particolare a quanti necessitano di andarsene e sono senza un soldo. Come talvolta accade quando gli scioperi si concludono, salgono alla ribalta di nuovo gli individualismi e i piccoli egoismi personali, che si erano sopiti nella lotta. Pur con i suoi limiti, lo sciopero dei lavoratori africani di Nardò ci ha mostrato che è possibile e necessario, anche nelle condizioni più complicate, auto-organizzarsi e rivendicare migliori condizioni di lavoro e di vita, contro gli aspetti mortiferi della corsa verso il profitto. Di questo si dovrà tenere conto nei prossimi difficili mesi, non solo tra i migranti.

QUANDO MIGRANO LE LOTTE 4: RICORDATI COME SI FA UNO SCIOPERO

Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto
 
“Ci avete ricordato come si fa uno sciopero”, dice Nicola, un militante della Rete antirazzista di Bari, durante l’assemblea tenuta ieri alla Masseria Boncuri di Nardò dalle Reti antirazziste e delle associazioni pugliesi. Un’assemblea affollata, almeno cinquanta persone – cariche anche di cibo e sostegno concreto agli scioperanti – venute da tutta la Puglia, ma anche dalla Basilicata, dalla Calabria, da Bologna e altre città delNord, e che ha mostrato quanto il Campo di Nardò, dove i braccianti africani sono in sciopero da più di una settimana, sia diventato un punto di riferimento per le lotte dei migranti. Arturo, dell’Associazione Equosud, arrivato dalla Piana di Gioia Tauro, ha ricordato con forza ai lavoratori di Nardò che questo è un evento storico: è la prima volta che braccianti stranieri impegnati in agricoltura decidono di scioperare per rivendicare diritti legati al lavoro e per spezzare il sistema del caporalato. E lo fanno in modo auto-organizzato.
Yvan, uno dei leader della mobilitazione, ha raccontato le varie fasi dello sciopero, senza tacere le difficoltà: “alcuni di noi sono tornati al lavoro perché non capiscono, altri perché sono minacciati dai caporali”. È orgoglioso Yvan, e con lui gli altri protagonisti di questo sciopero, di quanto ottenuto finora, e consapevole dei passi da fare nei prossimi giorni, a cominciare dall’incontro in Prefettura a Lecce lunedì mattina. L’assemblea mette in luce diverse sensibilità: le Reti antirazziste pugliesi sostengono la necessità di organizzare nelle prossime settimane a Bari una manifestazione regionale, allargata ad altre realtà del Sud Italia, che parli non solo dello sciopero di Nardò, ma anche di quanto sta avvenendo al Cara di Bari e ai migranti “ospitati” a Manduria; altri discutono invece di come aiutare i migranti a dare seguito allo sciopero o ad altri tipi di mobilitazione nei territori delle prossime raccolte, a Foggia, a Palazzo San Gervasio, a Rosarno.
Qui pesa soprattutto l’assenza di realtà provenienti dalla Capitanata: la raccolta del pomodoro è già iniziata e i vari “ghetti”, sparsi su un territorio vastissimo, sono pieni. La dispersione territoriale della raccolta nel foggiano rende complicato uno sciopero; a questo si aggiunge la presenza massiccia di lavoratori est-europei. Ma gli scioperanti di Nardò guardano lontano: prendono contatti diretti con le realtà che lavorano in altri territori, progettano assemblee e momenti d’incontro. Ai margini dell’assemblea, italiani e africani discutono, scambiano idee, raccontano, chiedono spiegazioni. Moussa, un burkinabé appena tornato dal lavoro, ci racconta che la sua squadra, di una ventina persone, oggi ha riempito un camion di pomodorini; ciascun operaio ha fatto dai 3 ai 6 cassoni, pagati 6 euro l’uno. E il caporale? “Non lo so. Se io ho preso 6 euro a cassone, lui ne avrà presi 8. E in più gli ho dato 5 euro per il trasporto”. Moussa è scettico sullo sciopero: “è tutto uguale a prima. Anche prima ci pagavano 6 euro per i pomodorini. E il potere dei caporali è intatto”. E i blocchi stradali contro i furgoni dei caporali? “Sì, ci sono, ma molti sono andati a dormire nelle campagne pur di andare a lavorare. Soprattutto gli irregolari, perché loro un contratto non ce l’avranno mai”. È chiaro il peso della Bossi-Fini e della gerarchia tra gli status giuridici che questa produce, e dunque delle divisioni che determina anche tra i lavoratori migranti.
 Pur con qualche eccezione, il cottimo è tuttavia aumentato e quanti lavorano sono ingaggiati con contratti “veri”. D’altra parte, come racconta Omar, un nigerino che conosce bene l’Italia meridionale, alcuni caporali per rompere il fronte degli scioperanti “sono andati a prendere persone a Foggia per farle lavorare qui. Questa lotta è difficile”. Omar, che nel frattempo ha trovato un impiego in un negozio di Nardò, concorda con quanto ha appena espresso Yvan in assemblea: “è necessaria una legge nazionale contro il caporalato. Se fare il caporale fosse un reato penale, loro avrebbero molto meno potere”. C’è forse, in questo, un certo ottimismo, soprattutto perché, come dimostrano le leggi sul’immigrazione e sulla precarietà, lo sfruttamento avviene continuamente con il sigillo della legalità, dentro la quale si esprimono niente più che rapporti di potere. Ma questo è chiaro per i braccianti di Nardò, che con lo sciopero vogliono affermare proprio una posizione di forza.
John, bracciante ghanese, si informa dai lucani sulla situazione di Palazzo San Gervasio, dove tra qualche settimana inizierà la raccolta del pomodoro. A Palazzo anche quest’anno non sarà allestito alcun campo di accoglienza, mentre alcuni casali sono stati abbattuti dai proprietari, sicché quanti vorranno lavorare dovranno insediarsi nei casolari abbandonati nelle campagne. L’unica “accoglienza”, a Palazzo San Gervasio, è quella che passa dal centro di detenzione appena costruito. A dimostrazione del fatto che i CIE continuano a essere strutture portanti del mercato del lavoro. E non stupisce allora che John disegni una croce con le mani e dica convinto: “no, quest’anno a Palazzo non ci vengo”.
Una delle proposte dell’assemblea è quella di costruire una rete dei lavoratori africani del Mezzogiorno d’Italia che si appoggi alle realtà associative che operano nei vari territori, per offrire servizi coordinati e sostenere le rivendicazioni dei braccianti. Questo sciopero mette ancora una volta in luce in realtà una questione strutturale dell’agricoltura meridionale, che da vent’anni scarica le proprie contraddizioni e le proprie crisi sui lavoratori migranti. La Masseria Boncuri costituisce un laboratorio politico, e il nucleo duro degli scioperanti ne sembra consapevole. Se n’è accorto persino il procuratore Cataldo Motta, capo della Dda di Lecce, chein un’intervista pubblicata nelle pagine regionali di Repubblica, ha affermato: “Gli immigrati negli ultimi mesi ci hanno dato una grande lezione di civiltà… Dovremmo imparare ad avere coraggio, prendendo esempio da chi lo ha avuto pur essendo in una condizione di grande debolezza”.
I migranti sono però stretti dalla necessità di conseguire un salario in fretta, sia per le necessità immediate sia perché altrove la crisi economica internazionale è ben peggiore di quanto si viva in Italia: “Abbiamo tutti le nostre famiglie, qui o in Africa, a cui mandare del denaro”, afferma Omar. Sebbene più della metà dei migranti sia ritornata nei campi, chi resiste spera di ottenere un miglioramento nelle condizioni di lavoro qui a Nardò, per essere poi più forti altrove nei prossimi mesi. Come spesso accade sono i migranti a segnalare le nuove frontiere della precarizzazione del lavoro, e questa volta anche a indicare la possibilità e i modi di lottare contro di essa. Vista la violenza con cui in questi ultimi mesi il capitalismo internazionale sembra esprimersi, c’è da augurarsi che la lotta della Masseria Boncuri possa effettivamente costituire una possibile risposta.
 
7 agosto 2011

QUANDO MIGRANO LE LOTTE 3: LO SCIOPERO DI NARDÒ A UNA SVOLTA?

Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto

“Le cose vanno crescendo, anche se non nel modo in cui ci aspettavamo, ma vanno crescendo”, cosi Yvan, camerunense, uno dei portavoce della protesta di Nardò. Ieri mattina quasi 150 lavoratori sono tornati nelle campagne a raccogliere i pomodori, mentre quasi altrettanti hanno deciso di continuare l’astensione dal lavoro. Gli scioperanti hanno deciso di non effettuare più i blocchi “dissuasori” intorno alle strade della masseria Boncuri alle tre del mattino, che hanno caratterizzato l’ultima settimana.
In compenso però i caporali hanno iniziato a regolarizzare la posizione contrattuale dei lavoratori e alzato il prezzo del cassone fino a 6 euro, entrambe richieste della prima ora degli scioperanti. Nei fatti è uno scardinamento della compattezza fin qui dimostrata, sebbene le discussioni anche con questi immigrati ritornati al lavoro siano continue da parte degli scioperanti. Quanti lavorano godono così dei primi effetti dello sciopero e soprattutto dello sforzo di continuarlo da parte di molti migranti. I pomodori sui campi stanno marcendo e non è sempre possibile attingere a fondi statali o europei per ripianare le perdite. “Vogliamo cambiare qualcosa nel sistema di lavoro e di questo siamo orgogliosi” afferma Gharib, uno dei tunisini che più si sono esposti in questa vicenda. La regolarizzazione contrattuale penalizza le poche decine di persone senza documenti, alcune delle quali lavorano però sotto falso nome. La combinazione tra la normativa Bossi-Fini e le sue appendici successive e la legislazione sul mercato del lavoro hanno un effetto devastante sui migranti.
Ma aziende e caporali hanno capito che qualcosa è cambiato e che, almeno per quest’anno, occorre arrangiarsi. I caporali al momento mantengono un ferreo controllo sull’organizzazione del lavoro, sebbene abbiano dovuto accettare momentaneamente una situazione per loro incontrollabile. James, un ghanese che già era passato di qui l’anno scorso, chiarisce: “i caporali nei giorni scorsi si nascondevano, adesso si sono messi in regola e vengono qui alla mattina senza paura perché sanno che incorrono in una semplice sanzione amministrativa; all’inizio pensavano che questa campagna li avrebbe fermati, mentre adesso le multe che ricevono sono di 40, 50 euro e per loro che guadagnano 20, 25, 30 mila euro in una stagione, non gliene frega niente. Vengono qui in tutta libertà e si vantano anche dicendo che: ‘lo sciopero non serve a niente, vedete che le forze dell’ordine non riescono a fermarci, venite a lavorare’”.
Eppure le minacce, dirette e indirette, da parte dei caporali continuano nei confronti di Yvan come degli altri protagonisti di questo sciopero estivo, che disturba poiché pur privo della violenza facilmente mediatizzabile, è assolutamente determinato nei suoi obiettivi. Nella riunione con il Prefetto di lunedì prossimo, ottenuta dopo la manifestazione di giovedì mattina alla prefettura di Lecce, i punti da discutere sono già chiari: contratti di lavoro “reali”; l’affidamento al Centro per l’impiego dell’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro; mezzi di trasporto gratuiti e adeguati per andare al lavoro; aumenti salariali; un medico e un infermiere a disposizione dopo il lavoro. Sono richieste apparentemente moderate, ma che nell’agricoltura meridionale sembrano incompatibili per le aziende che devono cercare di “rimanere nel mercato”. Resta da capire quali sono le aziende su cui puntare per provare a siglare degli accordi, perché le tre, quattro associazioni di categoria locali non sempre sono rappresentative.
Qualche tensione tra braccianti di diverse nazionalità è ripresa dopo sette giorni di sciopero: sudanesi e tunisini, che possono contare su caporali che controllano di fatto il mercato del lavoro, si sentono più penalizzati di altri. Senza dubbio gli “spassionati suggerimenti” dei caporali incidono tra chi sperava in qualche giorno di salario. Gli organizzatori dello sciopero sono consapevoli di queste divisioni e di questi risentimenti. Anche ieri sera si sono svolte lunghe discussioni tra i lavoratori, con qualche momento di tensione. Ma uno dei risultati più importanti della mobilitazione è proprio il fatto che nel campo si sia rotto l’isolamento tra i braccianti: “Prima ognuno andava a lavorare e poi tornava a dormire e non sapeva nemmeno quello che succedeva nel campo. Da quando è iniziato lo sciopero c’è più comunicazione e discussione”, afferma contento Mohammed, sudanese.
In effetti le discussioni sono continue sia sullo sciopero e le richieste da portare avanti, sia sull’attenzione mediatica, sia soprattutto sulle prossime campagne di raccolta che aspettano questi lavoratori: “A Foggia hanno gli stessi problemi che abbiamo noi e che ci sono in tutto il sud Italia”, ricorda Tarek. E un altro lavoratore afferma: “vogliamo estendere la nostra lotta a tutta la Puglia e, se possibile, al sud Italia perché finisca questo fenomeno di sfruttamento soprattutto dei migranti”. Anche la Flai-Cgil regionale sembra intenzionata a mobilitarsi per le prossime raccolte, ma occorrerà poi misurare sul campo i margini di manovra.
Intanto prosegue silenziosa la solidarietà. Anche ieri sono arrivate due signore di Galatina, un paese a 15 chilometri da Nardò, che in uno splendido anonimato portano una decina di sacchetti della spesa. “Una solidarietà per la lotta, non carità”, tengono a sottolineare.
Stamani alcuni lavoratori della Fiom-Cgil sono venuti a discutere con i lavoratori in sciopero, mentre le riunioni auto-gestite dai migranti sono continue. Oggi, sabato, alle 16.30 è prevista un’assemblea di realtà antirazziste pugliesi, lucane e calabresi per discutere anche delle prossime raccolte.

QUANDO MIGRANO LE LOTTE 2: Nardò, lo sciopero dei braccianti continua

Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto
 
“Siamo arrivati a sette giorni di sciopero, ma possiamo continuare”, afferma orgoglioso Kwere, un trentenne ghanese. La lotta d’altri tempi dei braccianti africani di Nardò, cominciata al mattino di sabato 30 luglio con il blocco della strada antistante il campo allestito dall’associazione Finis Terrae e dalle Brigate di solidarietà attiva presso la Masseria Boncuri, continua. Ieri mattina in un centinaio erano di fronte alla Prefettura di Lecce per un sit-in convocato dalla Flai-Cgil. Un tavolo tecnico è stato convocato dalla Prefettura per lunedì, sembra un passo decisivo. Ma, come i lavoratori africani hanno imparato, è solo nei campi che i rapporti di lavoro si modificano, con o senza caporali: nell’assemblea di ieri sera alla Masseria hanno deciso di continuare lo sciopero.
In questi giorni sono arrivate televisioni, giornalisti e anche sindacalisti e qualcuno è stanco di tutta questa pubblicità: “siamo venuti qui per lavorare e guadagnare qualcosa”, dice Tarek, un tunisino di 45 anni, “ma vogliamo lavorare a un salario giusto”. Mercoledì notte, quando i lavoratori in sciopero hanno provato a bloccare i furgoni dei caporali, qualcosa di nuovo era successo: le forze dell’ordine hanno fermato un pulmino con qualche crumiro e un caporale a bordo che è riuscito a fuggire. Molti caporali adesso non si fanno vedere, ma qualcuno che cerca di portare i lavoratori a raccogliere i pomodori rimane. Contro questi si scaglia Ivan, lo studente universitario camerunense leader dei braccianti: “Non è possibile, ancora questi che raccolgono i lavoratori. Sono andati alle dieci stamani a lavorare e sono tornati alle cinque”. La fabbrica verde è permeabile e qualche lavoratore si trova sempre. D’altra parte gli scioperanti hanno scelto un profilo assolutamente moderato contro i crumiri, quanto radicale nella loro lotta.
Forzare il blocco dello sciopero è un tentativo continuo da parte dei caporali appoggiati dai proprietari agricoli che stanno nell’ombra, ma che devono raccogliere in fretta i pomodori. La lotta ha ottenuto una certa attenzione mediatica e la voce corre di bocca in bocca. I molti braccianti stranieri che già stanno affollando i “ghetti” più o meno nascosti nelle campagne foggiane e lucane, da Rignano Garganico a Stornarella a Boreano, guardano a Nardò per capire se qualcosa potrà cambiare nelle prossime raccolte. È già iniziata quella del pomodoro a Foggia, una delle piazze più difficili per i lavoratori. Qui si rischia la vita perché il caporalato mostra anche la sua faccia violenta. Chiedere ai polacchi per credere. Poi sarà la volta di Palazzo San Gervasio (dove la Regione Basilicata ha qualche giorno fa tardivamente stanziato ben 70.000 euro per alleviare la drammatica situazione dei braccianti che stanno popolando i casolari abbandonati nelle campagne), quindi, da novembre, Rosarno per le arance. Ma i percorsi dei lavoratori africani che oggi sono a Nardò passano anche per altre regioni: Abderraouf, un tunisino di 33 anni, tornerà a Ragusa dove solitamente lavora da settembre a giugno nelle serre per 32 euro al giorno. Molti sono i tunisini che lavorano in Sicilia per otto-nove mesi all’anno e poi vengono a Nardò per la raccolta dei cocomeri; una coltura che permette maggiori margini di guadagno anche per i lavoratori, 60-70 euro al giorno. Ma quest’anno le angurie sono maturate con un po’ di ritardo a causa del freddo e quindi la loro immissione nel mercato si è accavallata con quella dei produttori di altre aree, come ad esempio quelli della provincia di Latina; le angurie greche e turche a basso prezzo hanno fatto il resto.
Ibrahim, un giovane sudanese di 26 anni, era venuto invece a Nardò solo per la raccolta dei pomodori e fra poche settimane sarà a Palazzo San Gervasio per la stessa coltura e per lo stesso salario: 3,5 euro per cassone di 100 chili di pomodoro. Gira un po’ il sud, al massimo è arrivato a Roma. Ha lavorato in Salento anche nella sistemazione dei pannelli fotovoltaici per Tecnova, un business che è sfociato in una lotta sostenuta dalla Ugl pugliese. Kireme, un giovane ghanese che negli ultimi sette-otto mesi ha battuto le stesse campagne di Ibrahim non sembra prestare attenzione alla differenza delle sigle sindacali: “Sì, siamo stati sostenuti dalla Ugl, abbiamo fatto una manifestazione; adesso qui c’è la Cgil, oggi siamo stati a Lecce (davanti alla Prefettura)”. Con Tecnova lavorava 12-13 ore al giorno, con un riposo settimanale e un salario in nero di 900-1.000 euro mensili. Qui in nove giorni di lavoro ha guadagnato 400 euro, lavorando 11-12 ore, “ma un giorno abbiamo lavorato 15 ore”. ”È tutto lavoro in nero, questo è il problema” dice Abdel, un tunisino di 42 anni che per dieci anni ha vissuto a Belluno: “Ho lavorato in una fabbrica che produceva galleggianti e poi mi hanno licenziato. Adesso qui ho lavorato tre giorni nei pomodori, ma non si guadagna niente. Dieci cassoni [1000 chili] per 40 euro, togli il trasporto e da mangiare e bere, ti restano 32-33 euro. Ho un debito qui con quelli che cucinano di 150 euro”.
L’ispettorato del lavoro, con organico perennemente sottodimensionato, non sembra in grado di svolgere controlli adeguati e così i falsi contratti proliferano. Anche Said ha un contratto falso con una ditta di Porto Cesareo, poco lontano da Nardò. Mentre qualcuno cerca di alzare un polverone sulle condizioni igienico-sanitarie del campo, i lavoratori africani chiedono condizioni di lavoro migliori. Certo, nel campo vi sono condizioni precarie, con tende da sette posti e igloo personali, oltre a qualche decina di persone che dormono sostanzialmente all’aria aperta: “sempre meglio qui insieme che nei casolari abbandonati e isolati di Foggia” dice Salim, che ha già girato tutte le campagne meridionali. La coabitazione nel campo, fonte talvolta di tensioni, quest’anno ha invece messo i braccianti in una condizione di aggregazione e di forza: “ci troviamo, ci parliamo. È molto più facile”, racconta Ivan. Forse per questo molti sono preoccupati e vorrebbero chiudere questa esperienza perché, ironia della sorte, manca l’acqua calda. Per chi, a pochi chilometri da qui, si riposa nelle spiagge pugliesi, avendo lasciato il proprio cane in qualche canile a 15 euro al giorno, magari la questione igienico-sanitaria è decisiva, ma per i lavoratori africani un salario più elevato sembra una prospettiva incomparabilmente più importante.
Le richieste dei braccianti in sciopero non sono certo rivoluzionarie: contratti regolari, intermediazione del Centro per l’impiego locale invece che dei caporali, poter tenere con sé i documenti d’identità, più controlli nei campi da parte delle istituzioni, condizioni abitative migliori. Inoltre, essi chiedono che un cassone di pomodori venga retribuito 6 euro invece che 3,5. La loro protesta non mette in discussione il cottimo, apparentemente più conveniente. Grazie alla loro forza fisica – la maggior parte dei braccianti ha tra i 20 e i 40 anni – essi sperano di ottenere una paga giornaliera superiore ai circa 40 euro per 6 ore e mezza di lavoro garantiti dal contratto provinciale. In realtà, il cottimo conviene al datore di lavoro, che ha la certezza del costo del lavoro per la raccolta, mentre per il lavoratore significa soprattutto un aumento dei ritmi di lavoro e spesso una dilatazione della giornata lavorativa, ma certo non un aumento del salario complessivo. Tuttavia, la richiesta dell’aumento del cottimo, per quanto in contraddizione con quella di ottenere “contratti regolari”, è tale da mettere in crisi i precari equilibri dell’agricoltura salentina e in generale dell’Italia meridionale.
Intanto arrivano anche le prime concrete forme di solidarietà. Martedì sera le Bsa hanno distribuito un piccolo sacchetto di cibo, rimarcando che si trattava della solidarietà a lavoratori in lotta, non certo mera elemosina. Nonostante le difficoltà tutti i lavoratori africani sono consci della posta in palio, non solo qui ora a Nardò.
 
5 agosto 2011